Più la quota aumenta, più la pressione atmosferica diminuisce. Il corpo umano è progettato per funzionare in condizioni di pressione atmosferica media, di conseguenza una rapida variazione della pressione esterna, come accade percorrendo una ripida salita in montagna, provoca squilibri nel nostro sistema, che possono portare all'insorgere di malesseri o patologie.
Fisiologia dell'altitudine
Il corpo umano, come quello degli altri animali terrestri, si è adattato a vivere immerso
nella pressione dell’atmosfera della Terra. Nel sangue e nell’acqua contenuti nelle cellule esiste
infatti una pressione interna che controbilancia quella esterna. Quando saliamo in altitudine, sottoponiamo il corpo
ad alcuni squilibri.
Più la quota aumenta, più la pressione atmosferica diminuisce, meno disponibilità di ossigeno si trova nell'aria.
In che modo gli organi del nostro corpo compensano queste variazioni?
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Ossigeno e pressione
La quantità di ossigeno presente nell'aria è sempre la stessa, ma a variare è la pressione parziale, che diminuisce con l'aumentare della quota.
Per pressione parziale si intende la pressione totale che il singolo componente
del gas eserciterebbe se occupasse da solo l'intero volume. In montagna, dunque, la percentuale di ossigeno
presente nell'aria resta la stessa, ma, essendo la pressione atmosferica minore, nella stessa quantità d'aria c'è meno
ossigeno disponibile per il nostro organismo, perché la "spinta" che porta l'ossigeno ai polmoni è più debole.
Un esempio semplice è quello di una bottiglietta di plastica chiusa a bassa quota.
Sai perché la bottiglietta fa rumore salendo in montagna?
Salendo in altitudine, la pressione esterna diminuisce, mentre l’aria all’interno rimane più compressa.
La bottiglia allora si gonfia o scoppietta per riequilibrarsi.
Allo stesso modo, anche il nostro corpo deve adattarsi a queste variazioni di pressione.
Infatti, al mare la quantità di ossigeno disponibile per respiro, misurata in millimetri di mercurio (mmHg),
è pari al 21% di 760 mmHg (la pressione a livello del mare), ovvero 520 mmHg, mentre a un'altitudine di 3000 metri
l'ossigeno disponibile per respiro scende a 110 mmHg, in quanto il 21% è calcolato sul valore della diversa pressione: 520 mmHg.
Cosa comportano queste carenze al corpo umano
La carenza di ossigeno in circolazione nel corpo è detta ipossia e può causare il
mal di montagna: una condizione clinica i cui sintomi principali sono vertigini, inappetenza, insonnia,
irritabilità e un aumento della fatica.
Questi malesseri insorgono soprattutto se si percorre velocemente una salita molto ripida, perché l'organismo, che
è abituato ai livelli di ossigeno a quote più basse, fa fatica ad adattarsi rapidamente alle nuove condizioni.
I sintomi del mal di montagna, anche se lievi, non sono da ignorare. Infatti, una prolungata e marcata carenza di ossigeno nel sangue provoca un
aumento del flusso sanguigno nel cervello, con conseguente aumento della pressione intracranica. Nel tessuto cerebrale si può formare così un accumulo di acqua,
chiamato edema cerebrale, il quale porta con se disturbi del movimento e della coordinazione, della coscienza, insicurezza a stare
sia in piedi che seduti e un senso di svogliatezza.
L'edema può coinvolgere anche i polmoni, in seguito a una vasocostrizione e a un aumento della pressione sanguigna. Il liquido
accumulato può fuoriuscire dal tessuto polmonare e dagli alveoli, causando tosse, respiro affannoso e palpitazioni.